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Lo Statuto dei Diritti del Contribuente a 18 anni dalla sua introduzione nell’ordinamento tributario italiano appare ancora quanto mai fragile nella sua concreta applicazione a favore del contribuente.

Una vera e propria vexata questio è quella attinente la concessione dell’ormai famoso termine di 60 giorni, che l’art. 12 dello statuto (L. 212/00) prevede a favore del contribuente a chiusura PVC, al fine di presentare memorie all’Ufficio prima che questi emetta un eventuale avviso di accertamento.

La finalità perseguita è quella relativa alla salvaguardia del principio del contraddittorio (art. 111 Cost. sul “giusto processo”) anche in ambito amministrativo. Tale principio fondamentale di civiltà giuridica, come risaputo, trova accoglienza anche nell’ambito dell’ordinamento europeo (CEDU e CGUE).

Tale temine dilatorio è per la giurisprudenza ad andamento ondivago:

  1. da un lato, si è detto, (con stretta interpretazione letterale della norma), che esso spetterebbe solo per le verifiche presso il contribuente e non “a tavolino” (cioè svolte esclusivamente presso l’ufficio);
  2. dall’altro, si è specificato che tale termine generale (sia per le verifiche interne che esterne) spetterebbe solo in materia di IVA e non automaticamente per le altre imposte non armonizzate a livello europeo.

A ben vedere sifatte limitazioni non hanno alcun valido fondamento logico giuridico: infatti, tale termine spetta oppure non spetta. Non ha alcun senso limitarlo solo alle verifiche presso il contribuente così come non ha alcun senso anche restringerlo, a livello generale, solo per le verifiche aventi ad oggetto l’IVA.

Da ultimo viene criticamente in rilievo la sentenza della Cassazione n. 18245/2018, mediante la quale si statuisce che tale termine non spetterebbe nemmeno per le verifiche presso il contribuente se la documentazione acquisita assume ben poco significato nel confezionamento dell’avviso di accertamento.

Insomma, i principi dello statuto sono uno cliente scomodo ed indigesto, il cui valore (costituzionale) mai è stato pacificamente accettato ne dalla giurisprudenza e ne, tantomeno, dall’amministrazione finanziaria, con il risultato di perpetrare finalisticamente un grave danno nei confronti dei contribuenti.

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